Un progetto di ricerca, partecipazione e restituzione della memoria collettiva.

Memorie in luce è un progetto partecipativo nato nell’ambito di Spazio LuCE con l’obiettivo di raccogliere, documentare e valorizzare le memorie legate alla ex-Cappella della Clinica Santa Maria e alla storia del luogo che la ospita.

Attraverso laboratori, incontri pubblici, interviste, questionari e contributi spontanei dei cittadini, il progetto costruisce un archivio condiviso di testimonianze, fotografie, documenti e racconti mira a tutelare il valore storico, sociale e affettivo di uno spazio profondamente radicato nella memoria della comunità.

Queste memorie raccolte rappresentano la testimonianza del passato e contribuiscono a comprendere il significato che questo luogo continua ad avere oggi per la città. Ricordi individuali, esperienze di vita e materiali conservati dai cittadini sono parte di un patrimonio comune, accessibile e in continua evoluzione.

L’archivio digitale di Memorie in luce nasce con l’intento di rendere queste testimonianze consultabili e condivisibili, favorendo la partecipazione attiva della comunità alla costruzione della memoria collettiva e accompagnando il percorso di rigenerazione culturale della ex-Cappella all’interno del progetto Spazio LuCE.

Chiunque può contribuire con fotografie, documenti, racconti, articoli o altri materiali utili a ricostruire la storia del luogo e delle persone che lo hanno vissuto.

Dai laboratori

Medaglietta


Tra i racconti emersi durante i laboratori, uno riguarda Lucia Paci, che pare essere stata la prima bambina nata nella Clinica Santa Maria. Conserva ancora oggi una medaglietta ricevuta in occasione della nascita. Il racconto ci dice che questo luogo ha segnato delle vite fin dal primo giorno, e che alcune persone lo portano ancora con sé.

Fronte medaglietta
Retro medaglietta

Laboratorio 13 marzo


Durante il primo laboratorio, il 13 marzo 2026, una partecipante ha ricordato che quel giorno coincideva con il compleanno di suo figlio — nato nella Clinica nel 1964, l’ultimo anno in cui vi nascevano bambini a Seregno.
«Era il 13 di marzo come oggi, tanti anni fa. È nato lì mio figlio nel ’64, che poi è stato l’ultimo anno di nascita per i bimbi di Seregno.»

Dello stesso periodo ricorda anche i fiori: le famiglie li portavano alla Cappella perché in camera non si potevano tenere. E il primo pasto dopo il parto — un piatto di gnocchi portato dalle infermiere con i guanti bianchi — rimasto impresso come uno dei ricordi più nitidi di quei giorni.

Fontana


Nell’area esterna alla Cappella, prima che l’edificio cadesse nell’abbandono, c’era una piccola fontana davanti a una grotta — l’incavatura è ancora visibile oggi. La vasca ospitava pesci rossi. I bambini del quartiere ci si avvicinavano, le suore li rimproveravano. È uno dei ricordi che è tornato più volte, da persone diverse, durante i laboratori.

Le oche del Fort di oc


Il quartiere San Rocco aveva un nome dialettale tramandato oralmente, con varianti fonetiche diverse da famiglia a famiglia: Fort d’òc, Fort di òch, Fort di oc. Durante il secondo laboratorio, la discussione si è accesa proprio sulla pronuncia corretta — e su cosa significasse quel nome.

«Tutto il quartiere era pieno di oche; le allevavano proprio: in tutti i cortili c’erano le pozze d’acqua.»
Un paesaggio che non esiste più, conservato nel nome di un quartiere che in pochi ancora usano.
Voi in famiglia come lo chiamate?

La vetrata e la colomba


Uno degli aspetti che i partecipanti ai laboratori hanno ricostruito con più precisione è l’apparato decorativo dell’altare, oggi in gran parte scomparso. Sopra di esso, nella parte alta della parete, si trovava una vetrata.
«Sopra la vetrata c’era una colomba con l’ostia» — rimarca P.V, i colori ricordati sono il giallo e il bianco. Un riferimento allo Spirito Santo, in un luogo dove la luce filtrava dall’alto e il riscaldamento, raro per l’epoca, rendeva lo spazio più accogliente delle case dei seregnesi.

La balaustra era in marmo chiaro e rosato, con piccole colonnine. A sinistra dell’altare, una nicchia laterale la cui funzione ha generato interpretazioni diverse: deposito di reliquie per alcuni, appoggio per gli oggetti liturgici per altri.

Partecipa anche tu

Immagini dall’archivio
della famiglia Tagliabue


Dante Tagliabue era un architetto. Negli anni in cui le sorti della Clinica Santa Maria erano ancora incerte, condusse un rilievo dell’edificio e accumulò nel tempo una documentazione consistente: fotografie, planimetrie, comunicazioni amministrative, promemoria e ritagli stampa legati alle vicende del complesso e ai tentativi mai andati a buon fine di dargli un nuovo uso.
Dopo la sua scomparsa, la famiglia ha messo a disposizione del progetto Memorie in luce questo materiale, fino ad allora inedito. Essa costituisce la base principale su cui si fonda la ricostruzione storica presentata in questo sito.

Le immagini e i documenti qui raccolti provengono integralmente da quell’archivio privato. Vengono pubblicati con il consenso della famiglia Tagliabue.

Foto dei laboratori